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Quello che rimane di uno spettacolo…

«In tale senso, dunque, un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata. Ogni fruizione è così una interpretazione ed una esecuzione, poiché in ogni fruizione l’opera d’arte rivive in una prospettiva generale». 

Umberto Eco, Opera aperta

L’edizione 2019-20 di Campus Lab Critico parte da queste parole di Umberto Eco, dalle possibilità molteplici che ogni opera d’arte porta con sé, nutrendosi dei significati generati sia da chi l’ha creata, sia da chi la riceve. In quest’anno insieme proveremo a osservare lo spettacolo teatrale da questi due punti di vista: quello dell’artista che lo mette in scena e quello dello spettatore che lo fruisce. Incontreremo le compagnie, le interrogheremo sul loro sguardo rispetto alle loro creazioni o interpretazioni, ma – cosa forse più importante – interpelleremo più di tutto noi stessi rispetto a ciò che vedremo sulla scena.
Ci interrogheremo sul nostro essere spettatori e su che cosa questo significhi, sulle azioni che uno spettatore compie e su quelle che accoglie, sul senso che diamo ad uno spettacolo o ad una scena e su ciò che di significante il teatro porta nelle nostre vite.
Lo faremo in cerchio, con una tazza di the, confrontando noi stessi e gli altri. Perché – con le parole di Romeo Castellucci – «quello che rimane di uno spettacolo è cosa ha provato una persona di fronte ad esso, come risuona in lui, come lo ha visto, come lo trasforma. È lo spettatore che con la sua persona dona vita alle cose inanimate appena viste, udite, provate, è lui, lo spettatore, a informarle di vita».

 

Silvia Ferrari

Tra passato e futuro: Campus Lab a partire da noi

Il nostro percorso critico è stato interrotto un po’ bruscamente dall’emergenza Covid-19. Questo non ci ha impedito però di trovare altri spazi di relazione e di continuare a confrontarci, facendo del teatro, ancora una volta, un terreno fertile per cercare nuove forme di aggregazione. Grazie a Zoom e ad un po’ di creatività siamo riusciti comunque a dare spazio alle nostre voci, a partire dall’esperienza -densa di vuoto ma anche di pienezza- di questi mesi lontani gli uni dagli altri.
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Amleto Take Away e le nostre parole

«To be o FB, questo è il problema! Chiudere gli occhi e tuffarsi dentro sè e accettarsi per quello che si è, isolandosi da community virtuali per guardare da vicino e cercare di capire la realtà in cui si vive? O affannarsi per postare foto in posa tutte belle, senza rughe, seducenti, sorridenti, grazie all’app di photoshop?
Dimostrare ad ogni costo di essere felici mettendo dei ‘mi piaci’ sui profili degli amici. Pubblicare dei tramonti un bel piatto di spaghetti o gli effetti della pioggia tropicale, sempre tesi anche al mare con un cocktail farsi un selfie perché il mondo sappia, dove sono, con chi sono, e come sto. Apparire, apparire, apparire, bello, figo, number one e sentirsi finalmente invidiato.
To be or fb, this is the question».

Abbiamo visto Amleto Take Away della Compagnia Berardi Casolari il 16 e il 17 gennaio al Teatro Civico di Schio. Lo spettacolo ha generato in noi tante domande, che sono diventate le protagoniste di quel cerchio di sedie sul palcoscenico del Teatro Civico che sempre più sta diventando la possibilità, concreta e condivisa, di guardarci dentro. Abbiamo espresso le nostre opinioni sui social network e sull’impatto che generano nelle nostre vite, ci siamo specchiati l’uno nell’altro per capire un po’ di più, anche attraverso le differenze, chi siamo.

E poi abbiamo scelto un’immagine e tre parole per raccontare questo spettacolo.
Eccole qui:

Skianto di Filippo Timi e i nostri cancelli sbarrati

«Skianto è la bocca murata. È il racconto di un ragazzo disabile che ha il cancello sbarrato. Io spalanco quella bocca in un urlo di Munch. Gli esseri umani sono disabili alla vita. E siamo tutti un po’ storti se ci confrontiamo alla grandezza della Natura. Esiste una disabilità non conclamata che è l’isolamento, l’incapacità di fare uscire le voci».

Filippo Timi

Con “Skianto” di Filippo Timi, visto al Teatro Astra il 13 dicembre, abbiamo interpellato la nostra “stortitudine”, la nostra disabilità non conclamata, la nostra impotenza di fronte alla vita. Ci siamo chiesti quali sono stati i nostri cancelli sbarrati, metaforicamente quando ci siamo sentiti con la bocca murata di fronte a un evento o a un sentimento di cui siamo stati protagonisti o spettatori.
Queste le parole e i racconti che abbiamo trovato:

La bolla di Anita Ruaro
La separazione dei miei genitori di Lucia Gussetti
Il piccolo merlo di Sveva Martini
La strada oltre la musica di Arianna Zocca
Lasciare un pezzo di sé di Miriam Osele
Lo sport di Irene Dalla Fina
Agostino di Edoardo Mario Francese
Il mondo che cade di Matilde Massalin
Il mio fiore diverso di Anna Rigadello
Le relazioni sociali di Victoria Blu Ballardin
Il mio braccio di Lucrezia Pellizzari
Il mio corpo 
Fuori posto di Bianca Vaiente
Gli occhi fissi sul palco di Matilde Dal Prà
Hai mai pensato a cosa ti rende felice veramente? di Elena Cazzola
Con riguardo e precauzione di Caterina Ceola
Il giudizio degli altri
Le scuole medie di Alessio Sefa
Le mura intorno di Matilde Mazzerracca
La Verità di Francesco Strobe
Sola di Angela Nardello
Le due facce dell’Amore di Angelica Scillieri
Il mostro interiore di Silvia Rumor
Timidezza di Filippo Renato Vacca
Mio nonno di Martina Simonato
Another brick in the wall di Anna Busato
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