<<Sai Gaia, non serve un teatro per fare teatro>>. E’ partita così mia zia alla domanda “Qual è stata la tua esperienza più significativa con il teatro?”.
Certo, un modo un apparentemente insolito di rispondere, ma poi continuò la sua risposta :<< Era l’estate di tre anni fa, precisamente nel ‘lontano’ agosto del 2015>> disse con un filo d’ironia.
Poi riprese:<< Mi era stato proposto di partecipare a un progetto chiamato ‘Teatro in casa’: dovevo rendere la mia corte un teatro. Ed io subito entusiasta accettai molto volentieri.
Il pomeriggio del giorno dello spettacolo lo passai a sistemare ciò che serviva e, non ti nascondo, anche con la preoccupazione che qualcosa potesse andare storto.
Insomma, ospitare una rappresentazione teatrale a casa tua non è una cosa da tutti i giorni. Ma veniamo al dunque. Quella sera fu un vero e proprio successo; la corte si era riempita di gente e, quando l’attrice finì di recitare, ottenne infiniti applausi. Era bastato veramente pochissimo per far emozionare grandi e piccoli. Si era creata una sorta di atmosfera familiare magica. C’erano perfino delle persone che per assistervi si affacciavano ai propri balconi e alle proprie finestre. Questo per me è il teatro: basta un pubblico ed una voce che ti entri nel cuore!>>
Gaia Maria Rizzato

1) IN CHE MODO SEI VICINO AL TEATRO?

Mi dedico ai musical da sei anni e mi interesso alle tre discipline di questo genere teatrale, ovvero il ballo, il canto e la recitazione. Appartengo a varie compagnie teatrali che organizzano musical e mi dedico alle prove rigidamente tre volte a settimana per tre o quattro ore, talvolta anche fino a mezzanotte.

2) CHE RELAZIONE HAI CON IL TEATRO?

Ho una relazione controversa con il teatro. Da un lato lo amo perché l’immedesimazione nelle emozioni del mio personaggio, paradossalmente mi fa comprendere molti aspetti di me stesso che prima non conoscevo. Inoltre i musical mi permettono di dedicarmi a tre discipline diverse che non avrei mai conosciuto se mi fossi dedicato solo ad una di esse. Tuttavia non mi piace il fatto che spesso, soprattutto in Italia, non venga data la necessaria importanza al teatro, che viene spesso solo visto come un hobby di nicchia e non come una vera professione.

3) CHE DIFFICOLTA’ HAI TROVATO NEL RELAZIONARTI CON IL TEATRO?

Le prime lezioni di recitazione sono state molto imbarazzanti: non riuscivo ad instaurare una solida amicizia con i miei compagni poiché ero intimidito dal loro giudizio nei miei confronti. Dal momento che inizialmente la mia passione era il canto, non avevo mai pensato di poter essere bravo anche nella recitazione. Mi muovevo quindi con molta goffaggine e insicurezza sul palco. Con il tempo ho imparato a non ascoltare i giudizi maligni del pubblico o dei miei compagni, ma a concentrarmi esclusivamente sulle cosiddette critiche costruttive, le uniche in grado di arricchirmi professionalmente.

4) CHE INFLUENZA HA IL TEATRO SULLA TUA VITA?

L’aspetto principale in cui mi ha influenzato è stata la disciplina. Se si ha intenzione di impegnarsi seriamente in questa attività è necessario recarsi alle prove tre volte a settimane per minimo tre o quattro ore. Ciò sviluppa un grande autocontrollo: si è responsabili non solo di se stessi, ma anche dei propri compagni e della riuscita dell’intero spettacolo. Il teatro è inoltre molto utile nella conoscenza di nuove persone. Può succedere che un attore ritrovi in qualcuno le caratteristiche psicologiche di un personaggio precedentemente interpretato, riuscendo più facilmente a comprenderne i comportamenti e a relazionarcisi.

5) COME E’ INIZIATA LA TUA PASSIONE PER LA RECITAZIONE?

Inizialmente la mia passione era il canto. Quando avevo cinque anni, dal momento che cantavo ininterrottamente per casa, mia madre mi iscrisse ad una compagnia di musical di Villaverla. Attraverso questa entrai in contatto anche con il mondo della danza e della recitazione. Interpretai Il re leone per la Compagnia del Villaggio e ancora oggi sono fermamente convinto che nella mia vita la recitazione e il canto avranno una grande importanza, soprattutto per la mia formazione personale e il mio sviluppo caratteriale.

Agnese Pegoraro

Ho intervistato mia zia riguardo al suo rapporto con il Teatro, pensando di trasporre l’intervista in un unico testo, ossia il brano che segue. Tratto di una nostalgia per l’Arte, una nostalgia che si protrae sin dall’infanzia, e che troverà come sua cura immediata una serata a teatro. 

Durante una sconosciuta e calda sera d’estate sono seduta su una panchina, aspettando un amico, per poi andare a bere qualcosa assieme. La città brilla di una luce insolita, e i lampioni delle strade mi rimandano a un ricordo lontano, instillando in me inspiegabile nostalgia. Sotto la pelle vaporosa e umida, sento che qualcosa smuove i nervi, pervade la mente, e colpisce dritto alla reminiscenza. Musica. Un enorme teatro. Ansia. Ora ricordo: il viaggio in Belgio con il coro della scuola. Quella è stata un’esperienze veramente appagante: sentire le mille voci del pubblico da dietro il sipario; promettere a se stessi di non dimenticarsi le parole dei brani, che di lì a breve sarebbero stati cantati; ripromettersi di abbandonare la paura; sentire secca la faringe, perché si ha appena infranto tale promessa. Nonostante tutto, però, trovarsi su quel palco e farne parte anche solo per pochi istanti sono un’emozione che resuscita l’anima della persona, le fa toccare con mano le stelle che aleggiano nel cielo dello Spettacolo, racchiuso nel cosmo dell’Arte e dell’Espressione. È ora di andare, le gambe si sollevano e i piedi seguono Stefan. Ci sediamo nei pressi di un giardino, ordinando da bere un paio di coca-cola. Egli parla, ride, mi fa delle domande e io rispondo a monosillabi. Allora, Stefan si avvicina di fianco al mio orecchio e mi chiede se tutto andasse bene. Non gli risposi subito, mi disincantai, e ripresi con una risata: tutto andava alla perfezione. Ma egli non poteva non accorgersi che io ero strana. Insiste. Dunque, gli confesso la mia nostalgia, e lui fa una cenno con la testa, come segno di assenso a un accordo che solo lui conosceva. Mi sento afferrare la mano e, prima che me ne accorga, sto correndo verso la sua macchina, parcheggiata qualche strada più in là. Non risponde alle mie domande, e non riesce a togliersi quel sorriso idiota dal viso. Dove stiamo andando? Mistero. Corsa. Una volta rinunciato a scoprire quale fosse la meta, comincio ad osservarmi attorno, sperando non mi porti in un bosco, o che so io. Siamo in autostrada: il peggio è stato evitato. Scopro che siamo diretti a Belgrado. Contemplo la espressione da impeccabile beota che si era pietrificata sulla sua faccia. Mi rassicura dicendomi che tornerò ai giorni della mia infanzia, che il posto in cui mi stava portando sarebbe stato la medicina per la mia nostalgia. Gli credevo, in maniera relativamente titubante, ma gli credevo. Scendiamo dalla macchina e vedo erigersi dinanzi a me una struttura monumentale, magica: era il Teatro nazionale a Belgrado. Vi ero stata da piccola, e la emozione era la stessa. Guardo con occhi eccitati Stefan. Egli è dispiaciuto perché all’interno non vendono zucchero filato né caramelle, ma mi raccomanda di fare la brava in ogni cas0, di non disturbare chi si sarebbe seduto accanto a noi, e di non addormentarmi sino alla fine dello spettacolo. Lo ignoro guardandolo con occhi grati. Ci accomodiamo, e leggiamo il libretto di presentazione dello spettacolo: si trattava di Niccolò Macchiavelli e della sua amata Mandragola, che sicuramente ci avrebbe fatto ridere, pensai. Ansia. Freddo. La nostalgia mi divora, il pensiero di aver abbandonato il palco scenico mi rode dentro. Stefan mi osserva, ma non dice niente, si limita a stringermi la mano. Gli occhi spaziano attorno e vedono un bellezza secolare: la bellezza di un teatro che non si è arreso mai, e che, nonostante le diverse generazioni, ha sempre accolto chiunque avesse voluto godere della sua Arte. Silenzio, il sipario dalle tende di un velluto splendente apre la scena. Lo spettacolo mi ha incoraggiata, rigenerata, e limitato la mia nostalgia. Durante il tragitto di ritorno penso a quanto il Teatro sia stato gentile: anche se non ho vissuto in prima persona l’inscenamento, come fanno hanno fatto gli attori, questo mi ha permesso comunque di sentirmene parte. Ho riso tanto, mi sono divertita. Le luci e i scenari erano quotidiani, lasciando campo libero per i dialoghi e l’interazione attore-pubblico. Grazie Stefan. Grazie Teatro.

Marko Jovanovic

Blocco mia mamma appena ha finito di lavare i piatti, subito prima che si avvii a letto, un po’ stanca, un po’ pensierosa.
“Mamma, aspetta, ho bisogno che tu mi parli della tua esperienza con il teatro”
Mi guarda storto, leggermente sorpresa e un po’ dubbiosa, inizia con un “Ma, Iris, lo sai che non sono brava a parlare, se questo è un compito d’italiano prenderai 4!”
“Mamma” la tranquillizzo “sono le tue opinioni, non puoi dire niente di sbagliato”
E allora, rinfrancata, inizia a parlare dopo aver soppesato un po’ le parole da dire.
Esordisce con un “Il teatro è come l’opera, la prima volta che lo vedi capisci se lo ami, e lo amerai per tutta la vita, o se lo odi, e non ti piacerà mai.”
Smetto di scrivere: “Mi sembra tanto una battuta di Pretty Woman” le dico.
Con un sorriso furbo mi dice: “Lo è. Ma, vedi” continua “è quello che credo anch’io. Prendi ad esempio papà: lui non l’ha mai apprezzato e mai lo farà”.
Tira un sospiro e riprende il discorso, sempre in italiano, ma lasciandosi scappare qualche espressione in dialetto. “Il teatro per me è un sogno e ogni volta che ci vado sogno di essere accompagnata al posto riservato per me, come se fossi una persona importante, sogno una poltrona imbottita, rossa e di pelle. So solo il titolo dello spettacolo di solito e i migliori a cui sono stata sembravano quasi deludenti dalla locandina. Ma sai cosa non mi piace? Che gli attori principali si prendano la stragrande maggioranza degli applausi: insomma, io voglio vederle tutte le persone che ci hanno lavorato, voglio poterle applaudire. E, al contrario dei film, ma, Iris, conta ca so’ ignorante, il teatro pone la persona così com’è. Non si può mica nascondere, l’attore ovviamente, dietro stuntman, musiche eccessive, “cose” virtuali. Non può mica ad un certo punto fermarsi e dire al pubblico “No, questa non è venuta bene, tagliamo!”
Per me i film, ad esempio, non sono reali; il teatro invece sì, il teatro lo posso quasi toccare”

Iris Smiderle

Fin da piccola, mia nonna è sempre andata a teatro. Un giorno, ad esempio, mi raccontò di quella volta che a 12-13 anni andò assieme a tutta la famiglia all’Arena di Verona per uno spettacolo. Erano entrati alle cinque di pomeriggio per prendere i posti in tempo, avevano portato i cuscini da casa per poter rimanere comodi e avevano cenato sempre all’interno dell’Arena per tenerli occupati. Lo spettacolo cominciò solo quattro ore più tardi e finì a mezzanotte. Mia nonna rimase affascinata sia dall’Arena che dallo spettacolo, perchè nessun altro posto poteva conciliare al meglio al rappresentazione che erano andati a vedere lei e la sua famiglia; inoltre, secondo mia nonna, il luogo in cui viene fatto lo spettacolo conta molto, forse quanto lo spettacolo stesso.

Tornò un’altra volta all’Arena di Verona, molti anni più tardi, sposata e con i miei cugini: lo spettacolo questa volta era “Notre Dame de Paris”, con protagonista Riccardo Cocciante e anche se il tempo, lo spettacolo e la famiglia erano diverse, fu affascinata tanto quanto lo era stata a 12-13 anni; invece per i miei cugini, i quali erano ancora piccoli, lo spettacolo fu di una noia mortale.

Col passare degli anni mia nonna si era abituata e le piaceva molto andare a teatro, tanto da diventare quasi un hobby o un passatempo. Ci sono stati spettacoli che non ha mai scordato perchè toccanti, piacevoli o interessanti come “La Traviata” o “Madama Butterfly”, entrambi spettacoli spiegati e cantati dagli stessi attori, entrambi con una protagonista femminile ed entrambi con una fine tragica, ma che hanno lasciato il segno e per mia nonna sono diventati spettacoli degni di nota; assieme anche a “Giulietta e Romeo Itinerante”, dove gli attori recitano nella platea e non sul palco dove sta il pubblico, “Il Secondo Figlio di Dio” con Simone Cristicchi e anche “L’Uomo che Piantava gli Alberi”. Ci sono anche spettacoli che a mia nonna non son piaciuti, ma non me li ha elencati perchè sono giudizi soggettivi i suoi; inoltre dipende sempre se un certo spettacolo ti ispira o no ad andarlo a vedere, ma questo è un altro paio di maniche.

Insomma, a mia nonna piace il teatro, perchè non è solo intrattenimento come il cinema, è il raccontare una storia con metodi sempre nuovi ed innovativi, l’enunciare un pensiero vivo, presente e ricco di emozioni che lasciano il pubblico, e mia nonna, con un’esperienza sempre nuova.

Martino Dalla Vecchia

Ho scelto di parlare  di teatro con mia sorella, che ora ha 14 anni. Dopo il nostro piccolo dialogo, abbiamo pensato insieme di portare la sua esperienza attraverso una pagina di diario che lei, per finzione, avrebbe scritto qualche anno fa, come riflessione sul teatro.

 

10 Ottobre 2016

Caro diario,
ieri ho compiuto dodici anni. Sono grande ormai, come borbotta ogni volta la nonna Mina “a te si na signorina, anca se non te porti la cotola”.
Le mie amiche mi hanno regalato questo bellissimo libro, blu intenso, “cobalto” dice Elisa, che di blu se ne intende, ma io non avevo mai avuto un libro bianco.
“Ci devi scrivere” mi hanno detto.
“E allora io ci scrivo” ho pensato.

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12 Novembre 2016

Caro diario,
oggi la Bendo ci ha parlato di teatro.
Fortunatamente io c’ero già stata, al contrario di molti miei compagni (nemmeno la Camilla e la Gaia c’erano mai andate).
Ci ha chiesto di pensare ad alcune parole che descrivessero o la nostra esperienza a teatro o che per noi ne fossero un sinonimo.
Io ho pensato agli spettacoli che avevo visto con la zia Erika e i miei cuginetti e mi è venuta in mente BELLEZZA.
Continuavo a pensare alle attrici, ai balli, ai colori, ai canti, all’armonia, a quanto fossero belli i loro vestiti, a quanto fossero belle le attrici stesse.
Un giorno vorrei essere anche io così bella.

Buonanotte amico mio,

Chiara

Elisa Ferretto